La casa delle verità taciute e la picionaia in fomdo sl prato.


Ci sono storie che non si cercano: arrivano. Si presentano alla porta come ospiti inattesi, bussano con discrezione, poi con insistenza, e alla fine capisci che non se ne andranno finché non avrai dato loro una voce. Questa è una di quelle storie.
Non nasce da un fatto reale, eppure è reale in ogni fibra. Non nasce da una famiglia vera, eppure ogni famiglia potrebbe riconoscersi in almeno un frammento di ciò che accade tra queste pagine. Perché la verità è semplice: non esistono famiglie normali. Esistono famiglie che fingono meglio di altre.
La villa che ospita i protagonisti di questo romanzo non è un luogo: è un personaggio. Un organismo antico, fatto di pietra, di memoria e di silenzi. Una casa che non giudica, ma ascolta. Che non punisce, ma riflette. Che non parla, ma costringe a parlare.
Ho sempre pensato che le case trattengano qualcosa di chi le abita: un odore, un gesto, un rimpianto. Alcune trattengono anche i segreti. E questa villa, in particolare, sembra averne custoditi più di quanti i suoi ospiti fossero disposti ad ammettere.
I personaggi che incontrerete - Martino, Elena, Marco, Chiara, Giulia, Luca, Marta e Don Sergio - non sono eroi. Non sono nemmeno vittime. Sono esseri umani, con tutte le loro fragilità, le loro contraddizioni, le loro piccole e grandi miserie. Sono persone che hanno passato una vita a evitare la verità, e che in tre giorni si ritrovano costrette a guardarla in faccia.
Non aspettatevi redenzioni miracolose. Non aspettatevi punizioni esemplari. Non aspettatevi che la villa faccia magie. La villa non fa nulla: sono loro che fanno tutto. La casa è solo lo specchio che li costringe a guardarsi.
E poi ci sono loro: i due domestici. Due figure che entrano in punta di piedi e finiscono per diventare il contrappunto più umano e più sincero di tutta la vicenda. In un mondo dove i "padroni" si perdono nei propri drammi, loro trovano - quasi per caso - qualcosa che somiglia alla felicità. Una felicità timida, fragile, ma vera. E forse è proprio questo il miracolo più grande di tutta la storia.
Scrivere questo romanzo è stato come attraversare la villa insieme ai suoi personaggi: ho sentito il freddo dei corridoi, il peso degli specchi, il respiro delle stanze. Ho ascoltato le loro confessioni, i loro rancori, le loro paure. E ho capito che, alla fine, ciò che li salva non è la verità in sé, ma il coraggio di dirla.
Questi tre giorni - così brevi, così intensi, così improbabili - sono un viaggio dentro una famiglia, ma anche dentro ciascuno di noi. Perché tutti abbiamo una stanza chiusa a chiave. Tutti abbiamo una lettera che non abbiamo mai spedito. Tutti abbiamo un guanto che non vogliamo più indossare. Tutti abbiamo un sogno che ci spaventa perché ci assomiglia troppo.
E allora, se vorrete entrare in questa villa, fatelo con passo leggero. Non abbiate paura della nebbia, né dei rumori, né dei silenzi. La casa non vi farà del male. Vi farà, semmai, una domanda.
Una sola.
La stessa che ha posto ai suoi ospiti.
"Sei pronto a guardarti davvero?"
Se la risposta è sì, accomodatevi. La porta è aperta. La villa vi stava aspettando.

 

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